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Il Messaggero  03/12/2008
Mio figlio è morto, la banca continua a chiedergli i soldi

di Claudio Marincola ROMA (3 dicembre) - Il cliente è morto. E’ morto per il padre che 16 mesi dopo è ancora un uomo distrutto. Per la madre che non ha smesso di piangerlo, per la sorella, per i tanti amici che per salvarlo si erano precipitati a donare il sangue. Ma il conto corrente bancario è “vivo”. Conteggia spese, calcola interessi, imposte di bollo, versa con cadenza mensile le rate di un prestito che pure dovrebbe essersi estinto. Le bollette. Il conto è sopravvissuto all’intestatario, vive di vita propria. E anche le bollette del telefonino pulsano, continuano ad arrivare anche ora che il cellulare non squilla più e giace spento in un cassetto. È la storia di Matteo, un ragazzone di 25 anni, alto 1,92, centodieci chili, «senza un filo di grasso», romano. Di come si può perdere un figlio ed entrare in un vortice ed esserne aspirati. Di come è duro da elaborare un lutto se passi le tue giornate a scrivere agli avvocati, a rincorrere le assicurazioni e le banche e ti sembra di essere finito dentro un film da incubo. Matteo cessò di vivere il 21 luglio del 2007 dopo 53 giorni di indicibili sofferenze, una lunga odissea sanitaria. La storia la racconta suo padre, Pietro Donazzan, 52 anni, titolare di un piccola impresa nel quartiere di Montesacro. Ricoverato all’ospedale Sant’Andrea di Roma come codice giallo; una spalla rotta, un braccio fratturato e un’emorragia interna in corso. Le sei operazioni. La cancrena all’avambraccio destro; la ricerca di una camera iperbarica, il trasferimento deciso da Pietro «ma troppo tardi», al Policlinico Umberto I, e la morte «per sepsi grave». Sedici euro. Dopo la morte di un figlio, scrive il padre di Matteo, «una persona normale, che vive in un mondo reale» ha degli impegni da portare a termine a malincuore. «Vado - prosegue il racconto - alla banca in cui mio figlio aveva aperto un conto corrente per verificare i passi da fare». C’erano 1440 euro. Ora ne sono rimasti 16,50. Il conto s’ è prosciugato ma i creditori o presunti tali continuano a prelevare. «Matteo - prosegue il padre - aveva stipulato un prestito di 16 mila euro e ne aveva regolarmente versato 480 (pari al 3%) in caso di invalidità o di morte. È la prassi normale». «Basta un certificato...». Si fa presto a dire «basta un certificato». Al signor Pietro lo ha chiesto il responsabile dell’agenzia bancaria - agenzia che abbiamo sentito e ha promesso una risposta entro oggi - dove aveva il conto Matteo. «Lo avevo con me e l’ho presentato immediatamente. Esco tranquillo di aver fatto il mio dovere. Penso: quando ne avrò voglia presenterò successione per ritirare i soldi del conto, ma questo era l’ultimo problema». A settembre arriva l’estratto conto. E mancano i soldi. «Allora mi presento in banca e mi dicono che la cosa è normale perché mancano i documenti per chiudere la pratica assicurativa tra la banca e le Generali, un certo “modulo 31” che deve essere stilato dal medico di famiglia, un certificato di morte (ancora!) e la cartella clinica ospedaliera». Offesa al dolore. Pietro raccoglie tutta la documentazione bussa a cento porte, medici e uffici,incontra difficoltà di vario genere che per brevità tralasciamo. E mentre fa tutto questo, immerge e riemerge dal vortice, comincia a frullargli in testa una domanda che offende il suo doloredi padre: «Non m’importa dei soldi, se un giorno avrò giustizia li devolverò in beneficenza: ma quale norma giuridica vi autorizza a prelevarli da un conto bloccato per morte del correntista?» Ventitré fax. In realtà di domande Pietro ne avrebbe altre. E a molte di queste dovrà rispondere l’inchiesta aperta dalla magistratura contro ignoti per capire se dietro la morte di Matteo non ci sia anche un caso di malasanità. Ma questa è un’altra storia. Una storia che stenta a procedere visto che la Procura, dopo che al primo medico legale è stato ritirato l’incarico, non ha ancora ricevuto il referto. Intanto a Pietro continuano ad arrivare bollette. «Mi chiamano, cercano mio figlio. Devo ripetere che non c’è, che Matteo è morto. E loro mi rispondono sempre allo stesso modo, che hanno bisogno di un certificato. Un giorno ho mandato 23 fax, 23 volte la stessa copia».