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Se la crisi entra nei tribunali, c’è da fare gli scongiuri. Sentite questa. Nel febbraio del 2008, il giudice di primo grado condannò Unicredit a pagare oltre 223 milioni di euro alla Cirio Finanziaria, evidentemente per il togato la banca non era immune da responsabilità rispetto al crac. Fin qui nulla di strano. O quasi, ma dovremmo aprire il solito capitolo sulle responsabilità delle banche rispetto a certe vicende italiane e mi sembra che questo giornale l’abbia fatto sempre senza farsi troppi problemi. Però, dicevo, la storia che vi raccontiamo oggi è un’altra. Qualche giorno fa presso la Corte d’Appello di Roma, dove si discuteva del ricorso avanzato dai legali di Unicredit, un altro giudice sospendeva il pagamento di quella cifra. Per dirla bene ordinava la sospensione d’efficacia esecutiva della sentenza; per dirla invece in parole povere, congelava la sentenza di primo grado. Perché? Noi profani diremmo perché c’è la crisi. Siccome, appunto, il linguaggio delle sentenze è ben più articolato è più elegante dire che 1) Unicredit deve una «somma rilevantissima» , 2) che questa somma non darebbe alcun beneficio alla Cirio Finanziaria nel medio termine, perché la società collegata alla ditta dei pomodori pelati (e molto altro) è tuttora in regime di amministrazione controllata. In questo momento sarebbero insomma soldi buttati dalla finestra e in tempi di vacche magre è meglio congelare l’emissione del ricco gruzzolo. |