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Il Gazzettino  03/01/2009
Venezia. Rovinati dai bond argentini banca condannata risarcimento

di Gianluca Amadori VENEZIA (3 gennaio) - Dovrà risarcire una coppia di risparmiatori veneziani, versando oltre un milione di euro per aver fatto investire quasi tutto il loro patrimonio in titoli di stato dell’Argentina che, dopo il crac finanziario verificatosi alla fine del 2001, hanno perso quattro quinti del valore. La Cassa di risparmio di Venezia è stata condannata dal Tribunale civile di Venezia, a conclusione di una combattuta causa avviata dagli avvocati Luigino Martellato e Sonia Marchioro, per conto di un noto imprenditore calzaturiero della Riviera del Brenta, oggi in pensione, e della moglie. L’istituto bancario dovrà anche versare gli interessi legali dalla data di pubblicazione della sentenza al saldo, nonché rifondere oltre 11 mila euro di spese di lite. La sentenza, emessa dalla prima sezione civile presieduta da Marina Caparelli (giudici Rita Rigoni e Andrea Fidanzia, estensore) è di grande rilievo per i piccoli risparmiatori, in quanto stabilisce che in ogni caso, a prescindere dalla natura più o meno speculativa dei titoli oggetto dell’investimento e dalla maggiore o minore esperienza del risparmiatore, costituisce investimento inadeguato quello che concentra tutto il patrimonio su un unico prodotto finanziario. I giudici veneziani scrivono che la banca ha il dovere di avvertire il cliente, anche il più esperto, che non è opportuno procedere all’operazione, quando rischiosa. Ma non solo: l’istituto bancario deve astenersi dal portarla a compimento, a meno che il cliente non confermi per iscritto la volontà di eseguire l’operazione stessa. La Carive, costituitasi a giudizio con l’avvocato Gianni Solinas, si è difesa davanti al Tribunale assicurando di aver agito in maniera corretta e trasparente, nonché sostenendo di aver fornito ai due clienti tutte le informazioni necessarie sulla pericolosità di quel tipo di investimento. Secondo la banca, l’imprenditore calzaturiero e la moglie sono investitori esperti e sapevano perfettamente quale tipo di titoli avevano acquistato. I legali della coppia hanno dimostrato, al contrario, che i loro clienti non erano affatto esperti, né tantomeno propensi ad investimenti spericolati: fino al 1998 avevano infatti investito la quasi totalità del loro patrimonio in titoli di Stato italiani (Bot, Btp e Cct) o in obbligazioni emesse da banche italiane, tutti prodotti a basso rischio. Inoltre, hanno sostenuto che non sono mai state fornite loro le informazioni obbligatorie, salvo una generica frase stampigliata in calce agli ordini da loro sottoscritti. L’acquisto di bond Argentina in dollari, euro e marchi tedeschi da parte della coppia si concentrò tra il gennaio 1999 e il maggio del 2001 (quando quei titoli erano già ritenuti a rischio) per un ammontare di 1.5 milioni di euro, pari al 97 per cento del loro patrimonio. Ed è proprio su questa percentuale che si basa la principale censura del Tribunale: «La banca, non avendo mai tenuto conto del principio di diversificazione del rischio, non ha conseguentemente mai segnalato l’inadeguatezza delle singole operazioni di investimento e non si è mai astenuta dal darvi esecuzione - scrivono i giudici - Ne consegue che, relativamente a tutti gli acquisti, devono ritenersi i presupposti per addivernire ad una pronuncia di risarcimento del danno nei confronti dell’intermediario, sussistendo l’inadempimento di un preciso obbligo di astensione, il danno e il nesso di causalità tra i primi due elementi». La sentenza potrà essere impugnata in appello, ma nel frattempo è provvisoriamente esecutiva e la banca dovrà pagare all’imprenditore e alla moglie un milione e 79 mila euro, pari alla somma perduta dalla svalutazione dei titoli Argentina da loro acquistati.